giovedì 19 maggio 2022

Di api, di leoni, di capre e di creature fantastiche. Bestiari urbani capranichesi e dove trovarli. 1^ parte

di Fabio Ceccarini

Andare per le vie e le piazze di Capranica con un occhio diverso e curioso, alla ricerca delle numerose creature e bestie fantastiche raffigurate nell'arte, negli stemmi, nei dipinti, ed accorgersi che la compagnia degli animali ha sempre costituito, per l'uomo, un modo per sentirsi pienamente al centro del creato.

Prima parte (vai alla seconda parte)

«Noi moderni, abituati a servirci delle comodità, a solcare i cieli e gli oceani, a mirare i prodigi della tecnica, siamo indubbiamente dei superficiali nell’ambito degli interessi spirituali. Noi sorridiamo degli animali. Quando non facciamo loro offesa riteniamo che il nostro dovere sia concluso»[1]. La nostra disabitudine a stare a contatto con gli animali rispetto ai secoli passati, ci impedisce dunque di decodificare nella giusta maniera il loro significato simbolico nell’arte. Per una serie di motivazioni, non ultime quelle igienico-sanitarie, la simbiosi tra l’uomo e gli animali - almeno per alcuni di loro - è infatti venuta a mancare soprattutto dalla metà del Novecento. E se cani e gatti sono sicuramente gli animali che oggi vivono una sorta di rapporto privilegiato con i loro padroni umani, i tempi delle galline che razzolavano per casa, dei somari che lasciavano bisogni per la pubblica via, dei maiali che grufolavano nei trogoli adiacenti alle abitazioni, appartengono ormai ad un modo contadino che abbiamo giudicato per molti versi arcaico e che da tempo non esiste più. 

Ma la concezione zoocentrica della vita veniva invece manifestata dai nostri predecessori nella quotidianità e nei campi più disparati: dai segni dello zodiaco, alle mitofanie dei greci e dei latini; dalle figurazioni animali di cui sono pieni i mosaici orientali, di Aquileia e di Ravenna, fino alle decorazioni ricolme di mostri e animali fantastici delle cattedrali romaniche.

Ed è soprattutto proprio grazie all’arte romanica che si assiste ad uno sviluppo di figurazioni zoomorfiche nell’arte cristiana, alla cui base sta una visione cosmologica religiosa che vede l’uomo totalmente immerso nel creato assieme ad una concezione piramidale dell’ordine universale al cui vertice è Dio e alla cui base sono gli animali[2]. L’uomo, come ricorda il Salmo 8, è al centro di questa piramide, poiché Egli lo ha fatto “poco meno degli angeli” e tutto ha “posto sotto i suoi piedi; tutti i greggi e gli armenti, tutte le bestie della campagna; gli uccelli del cielo e i pesci del mare, che percorrono le vie del mare[3].

Tuttavia, per imbattersi in immagini riproducenti animali non bisogna scomodare le grandi opere d’arte romaniche, di cui pure è colma la nostra Tuscia e che possiamo ammirare nelle basiliche medievali e nelle ville rinascimentali. Se si volesse azzardare anche a Capranica un percorso curioso ed insolito incentrato sugli animali utilizzati nell’arte, potremmo di certo avere di che rimanere soddisfatti ed appagati. All’interno del tessuto urbano, infatti, numerose sono le testimonianze e gli esempi di figurazioni zoomorfiche alle quali, ormai distratti dall’uso della tecnologia e disabituati dalla cultura in cui siamo immersi, non facciamo più caso.

Lo scopo di queste righe è dunque quello di far riscoprire la meraviglia e lo stupore che può derivare non solo dall’individuare gli animali che popolano il bosco multiforme dell’arte capranichese, ma anche dal penetrare il significato simbolico che viene loro affidato da committenti ed esecutori. Come in un bestiario medievale, quindi, passeremo in rassegna le varie raffigurazioni di mammiferi, uccelli, rettili, insetti ed altre bestie e creature fantastiche, che arricchiscono il nostro piccolo/grande mondo sensibile quotidiano, cercando di risvegliare la curiosità del lettore e di fornirgli qualche chiave interpretativa.

Stemma del Card. Antonio Barberini il seniore, governatore di Capranica e fratello di papa Urbano VIII. Notare le tre api dorate, simbolo della famiglia. Capranica, palazzo Accoramboni, sala consiliare del Comune di Capranica, Franco Iubei 1984.

1. Le api

Quando il Cardinale Antonio Barberini arriva a Capranica, nella sua qualità di Governatore ecclesiastico di questa Terra, il Borgo extra muros che sorge ad ovest di ciò che resta del poderoso castello Anguillara non è ancora come lo vediamo oggi. Per fare ingresso a Capranica si deve percorrere l’antica via Cassia sul fondo della stretta valle scavata dal torrente Rotoli, fino all’odierna località dell’Acquaforte. Da qui, con alcuni sinuosi e stretti tornanti, ci si deve arrampicare sul colle tufaceo dove sorge l’abitato, fino a portarsi davanti alla porta Sant’Antonio. Che però non si trova ancora dove la vediamo oggi, ma in adiacenza alla bella abside della Chiesa di San Francesco, oggi invisibile agli occhi, occultata com’è da un fabbricato costruito in aderenza.

Antonio Marcello Barberini, dell’ordine dei frati minori, è creato cardinale nel 1624 dal fratello Maffeo, salito al soglio pontificio col nome di Urbano VIII. Quando il fratello papa lo nomina Governatore della terra di Capranica corre l’anno 1633[4]. Nonostante sia un uomo profondamente mite e concretamente religioso (sulla sua lapide sepolcrale farà scrivere: qui giace polvere, cenere e nulla[5]), Antonio Barberini seniore, per distinguerlo dal nipote Antonio juniore, anch’egli cardinale, è pure un uomo intraprendente che capisce l’importanza di dare al borgo una degna sistemazione urbanistica. E comincia proprio dall’accesso all’abitato, che fa ricavare dai suoi architetti tramite una lunga rampa parallela all’andamento del colle tufaceo, e che termina con uno stretto tornante in corrispondenza della porta del castello: la via Romana. A testimonianza dell’opera, il Cardinale fa apporre sopra la porta di Sant’Antonio una lapide commemorativa che così recita:

Urbano VIII Pont. Max.

Capranica

Viae Cassiae sibi restitutae

Publico aucta cursu

Benefactori

An. Sal. MDCXLI[6]

Porta Sant'Antonio. Lapide commemorativa dei lavori di realizzazione della via Romana, 1641

Alla testata della nuova via Romana, viene altresì fatta realizzare una colonna di basaltina, terminante con una sfera dove sono ben visibili le api del casato Barberini. Queste sono le medesime che si possono osservare sullo stemma di Papa Urbano VIII, collocato proprio sopra al fornice della porta dell’Orologio, e che richiamano l’arme della famiglia. L’ape è un richiamo all’umiltà, simbolo eloquente di attività operosa e di lavoro, ma anche di sacrificio e abnegazione per la società. L’ape rappresenta quindi la vita, che misteriosamente suscita grazie alla sua instancabile laboriosità, favorendo l’impollinazione delle piante e dei fiori. Fin dall’antichità l’uomo la rispetta, la conserva e la alleva per la produzione del miele, il sacro nettare ritenuto tale da tutte le culture, ma anche della cera, un materiale che brucia ma non fuma, e che tanta importanza riveste nei riti cristiani. 

Colonna Barberini, alla testata del Ponte Hosio (ponte dell'Orologio)

Colonna Barberini

Colonna Barberini, particolare delle api

Nella Notte Santa di Pasqua, quando il Cero Pasquale, simbolo di Cristo Risorto, viene introdotto nella liturgia durante il canto dell’Exsultet, viene richiamata proprio la cera che “l’ape madre” ha prodotto per fabbricare “questa preziosa lampada”[7]. L’insetto è citato anche da Dante nella Divina Commedia, che la usa come paragone degli angeli (Pd XXXI, 7) e degli appetiti dell’istinto dell’uomo (Pg XVIII, 58). E dunque la famiglia Barberini si rifà a tutta questa simbologia, inserendo tre api dorate nel proprio stemma, che oggi possiamo ammirare maestoso al centro del monumento simbolo di Capranica. Tre api come somma perfezione delle virtù espresse da questo piccolo insetto.

Torre dell'Orologio, stemma di papa Urbano VIII Barberini, con le tre api simbolo della famiglia

 2. I leoni

Di leoni a Capranica ce ne sono più di quanti si possa pensare. All’interno delle strane figurazioni della lunetta dell’Ospedale di San Sebastiano ne sono visibili ben quattro, senza contare i due leoni fungenti da capitello delle due colonne del portale. Altri due leoni li troviamo scolpiti nel basalto incastonato nel cemento a faccia vista della fonte di San Rocco; dalle loro fauci escono i cannelli da cui sgorga la fresca e leggerissima acqua che nasce dalle viscere del colle. Altri ancora sono visibili all’interno del piano terra di palazzo Patrizi-Naro, in piazza VII luglio, e proprio dalla vecchia fonte di San Rocco provengono. E poi nella Chiesa di San Giovanni, tra le decorazioni della volta, a nella Chiesa di San Rocco ed in quella di San Terenziano, nei dipinti che abbelliscono le rispettive absidi. Ma cosa significa il leone come simbolo?

Fonte di San Rocco, leone con cannella

Portale dell'Ospedale di San Sebastiano, capitello leonino

A seconda del contesto dove questa figura è inserita si hanno dei significati diversi, a volte anche di non facile interpretazione. Come nella lunetta dell’Ospedale di San Sebastiano che come già detto ne riporta addirittura quattro (anche se questo numero non ci fornisce grosso aiuto). Ne abbiamo già parlato in un articolo dianalisi di questa meravigliosa opera d’arte, proprio su questo blog, a cui rimandiamo per eventuali approfondimenti[8]. Tuttavia, seguendo uno schema di lettura basato sulla eterna contrapposizione tra il bene e il male, i due animali collocati nella parte superiore potrebbero essere riferiti all’immagine di Cristo. Egli, nel tetramorfo apocalittico, è “homo vivendo, vitulus moriendo, leo resurgendo, aquila ascendendo”. E così nei misteriosi ed affascinanti bestiari medievali il leone è quasi sempre rimando alla risurrezione di Gesù. Ma il fatto che nella parte superiore della lunetta vengano rappresentati due leoni e non uno, costituisce un problema per identificarvi inequivocabilmente Cristo. E’ chiaro, comunque, che questi animali debbano essere considerati nel quadro delle forze del bene. Basta rilevare che, come i mascheroni agli angoli della composizione dai quali ha origine la vite, questi leoni sembrano rinvigorire la pianta, che rinasce dalle loro fauci e riprende forza (simbolo cristologico), ma va anche notata l’ordinata e maestosa criniera raffrontandola con quella arruffata dei due leoni rappresentati in basso, ad infera. E questi? Come interpretarli? 

Lunetta del portale dell'Ospedale di San Sebastiano. Nei cerchi di colore azzurro, i leoni cristologici che rappresentano le forze del bene; nei cerchi di colore rosso, i leoni appartenenti alle forze del male, che attentano i tralci della vite-Chiesa.

Lunetta del portale dell'Ospedale di San Sebastiano. Un leone "ad infera".

Nella Bibbia (sia nell’A.T. che nel N.T.), il leone è sempre simbolo ambivalente. Lo ritroviamo simbolo di vita, animale dal portamento maestoso (Pr 28,1; 30,29-30), ma anche predatore di greggi (1Sam 17,34) ed uccisore dell’uomo (1Re 13,24-25; 20,36). Dio stesso è come un leone quando si tratta di scatenare la sua collera verso i superbi (Sir 27,28). Le potenze Assire e Babilonesi che attentano all’esistenza di Israele, pecorella indifesa, sono come leoni feroci che gli si avventano addosso (Ger 50,17). Secondo il profeta Amos, la parola che Dio rivolge al suo eletto è simile al ruggito del leone, una voce potente che fa tremare, suscita timore e produce la conversione (Am 3,4-8). L’Apostolo Paolo nella seconda lettera a Timoteo, racconta come Dio lo abbia liberato dalla bocca del leone, a significare come sia scampato alla morte per intervento diretto di Dio (2 Tim 4,17). Ed infine, come non ricordare che nella prima lettera di Pietro il leone è chiarissimo simbolo del demonio che, come un leone ruggente, va in cerca della preda da sbranare (cfr. 1Pt 5,8)? Dal lato ascetico, invece, il leone è spesso simbolo della concupiscenza, dell’orgoglio della vita, nonché rappresentazione dell’eresia. Ecco quindi che questi due leoni, attentatori con le loro potenti fauci dei tralci della vite-Chiesa di Cristo (che mordono voracemente), possono anche essere identificati come un rimando alle voci potenti dei falsi profeti che, facendo da contraltare al ruggito possente dei leoni buoni, posti nella parte superiore, traviano l’uomo dalla retta via e lo allontanano dalla verità.

Chiesa di San Giovanni Evangelista, decorazioni della volta, tetramorfo apocalittico, il leone alato (San Marco Evangelista)

I leoni rappresentati nelle chiese, sulla volta di San Giovanni e nella piccola abside di San Rocco, sono invece eminentemente cristologici. Il leone rappresenta l’evangelista Marco, all’interno di quello che, come abbiamo detto già, viene definito tetramorfo apocalittico (dal greco “tetra”, quattro e “morphé”, forma), ovvero la raffigurazione iconografica dei quattro animali alati della visione apocalittica del profeta Ezechiele: leone, toro, aquila e uomo (Ez. 1, 10). Anche nell'abside della chiesa di San Terenziano al Monte compare un leone. E' raffigurato nella volta a crociera nell'ambito delle allegorie delle quattro virtù cardinali dipinte dal reatino Vincenzo Manenti, alle spalle della Fortezza, in placida posa, richiamante la forza selvaggia della natura ammansita ed ammaestrata senza oppressione dalla virtù, unica sola forza.

Chiesa di San Terenziano al Monte, Vincenzo Manenti (1646), Virtù cardinali 
Chiesa di San Terenziano al Monte, Vincenzo Manenti (1646), La Fortezza
 
Ma il leone, sin dalle rappresentazioni che ne fa’ l’arte mesopotamica e assira, poi riprese dall’arte nei secoli successivi, è anche simbolo di forza, potenza, regalità, giustizia e rimanda al potere dello Stato. Per non scomodare Venezia, a Viterbo il leone è il simbolo della Città, ma nella sua forma rampante o alata è anche il simbolo di altre decine di città e capiluoghi italiani (Brescia, Bergamo, Bologna, Chioggia, Andria, Potenza, etc.). Ed è secondo questo significato che i leoni ritratti nella basaltina ingiuriata dal tempo, visibili presso la fonte di San Rocco, debbono essere intesi.

Fonte di San Rocco, leoni con cannella

3. La capra

Animale umile e testardo, il maschio della capra, detto anche capro o becco (probabile derivazione dal longobardo bek = capra), simboleggia la gloria ma anche la custodia fedele, la ferocia in battaglia o la prolificità e potenza della stirpe. Eppure non è un maschio quello che campeggia al centro del gonfalone municipale. Sotto l’ombrellino papale e le chiavi di Pietro vi è infatti rappresentata una femmina intenta ad allattare due piccoli. 

Sigillo a secco, con stemma della Comunità di Capranica

Nei sigilli comunali “a secco”, che compaiono nei documenti ufficiali della Comunità, con legenda Communitas Capranice, si trova già raffigurata una capra che nutre due capretti[9].  Al di là dei suoi significati simbolici, la capra è quindi innanzitutto un richiamo al nome stesso della Città, sulla cui etimologia gli storici hanno avuto occasione, in passato, di dibattere ampiamente senza tuttavia raggiungere una posizione condivisa in merito[10]. Si è quindi di volta in volta ipotizzata la derivazione da Caprae ilex (elce della capra), da cui Capralice, accomodato poi in Capranice[11], quindi da Capracorum[12] e anche da Capraricam[13]. Tuttavia, grazie alle fonti documentarie a disposizione vagliate nell’ultimo scorcio dell’Ottocento da illustri studiosi come Carlo Calisse, Pietro Fedele e Giuseppe Tomassetti[14], è possibile sostenere in maniera razionale che il castello di Capranica tragga origine, in un periodo a cavallo tra il primo e secondo millennio, dal cosiddetto incastellamento ecclesiastico. In questo senso, il “castello vetulo qui appellatur Capralica” di cui si parla in un contratto di compravendita del febbraio del 1050, è evidentemente la prima menzione dell’odierna Capranica. Sull'origine del nome del Monte delle Capre, come lo chiama Francesco Petrarca, si interroga anche il Poeta durante il soggiorno capranichese dell'inverno del 1336-37, giungendo alla conclusione che esso fosse di derivazione latina.

Ma la capra è anche simbolo di pacifica prosperità, operosità, adattamento alle avversità e agli ambienti ostili, con la sua straordinaria capacità di trarre in ogni situazione il poco necessario per la sopravvivenza, di fatica e di diligenza, da cui “ogni bene mai sempre deriva”[15]. Ed in fondo, bene si adattano questi significati agli stessi abitanti della Città.

Stemmi comunali negli anni Venti e Trenta del '900. La capra non è mai raffigurata nell'atto di allattare

a sinistra: Stemma per carta intestata, con ombrellino papale e chiavi di Pietro; a destra: gonfalone municipale, particolare. In entrambi i casi è ben visibile la capra che allatta due piccoli

Ma dove è possibile vedere la capra simbolo del Comune? Sul Gonfalone comunale, come già detto, campeggia bene al centro una capra. Nello stemma, ma non nel gonfalone, alle spalle dell’animale si vedono anche due colline piramidali e un corso d’acqua. Nella bandiera della Respublica Capranicensis, che secondo la tradizione avrebbe sostituito per qualche tempo il tirannico governo anguillaresco fino all’arrivo dei cardinali governatori, di capre ve ne erano raffigurate addirittura due. Il gonfalone era custodito dalla famiglia dei Conti Porta, poi estintasi a metà del Novecento, per poi passare all’Arcipretura di San Giovanni Evangelista, ma con la morte del parroco Don Luigi Micheli se ne sono perse le tracce. Uno stemma con capra scolpita su basaltina si può trovare presso la fonte di San Rocco, in adiacenza alla fonte. 

Il vessillo della Respublica Capranicensis nel 1960. A destra, l'arciprete parroco di San Giovanni Evangelista, Don Luigi Micheli con Umbertino Mantrici. A destra, nei cerchietti rossi sono evidenziate le due capre opposte.

Lo stemma civico è anche visibile sul portale di accesso al Parco Corrado Nicolini, copia esatta di quello della diruta Chiesa della Madonna dei Ruscelli, disegnato su ceramica dall’artista Ezio Levi nel 1965 (anno di inaugurazione del Parco, vedi foto di copertina dell'articolo). Qui la capra è accompagnata dal motto labor et concordia. Altro stemma con capra, sempre in ceramica, campeggia infine al centro del piazzale della Madonna del Piano, realizzato nell’anno 2007 insieme alla costruzione del parcheggio sottostante.

Piazzale della Madonna del Piano, pavimentazione con stemma municipale in ceramica, 2007
 
Piazzale della Madonna del Piano, stemma municipale in ceramica (part.), 2007

 
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Note al testo

[1] Cfr. BORRARO, P., «I bestiari medievali», Fede e Arte, xiv (1966), p. 508.

[2] Cfr. AA.VV., «Zoomorfiche e fitomorfiche figurazioni», EUA, XIII, col. 942

[3] Sal 8, 6.7b-9

[4] La manterrà fino al 1644. Muore l’11 settembre 1646, all’età di 77 anni.

[5] Hic iacet pulvis, cinis et nihil, lapide sepolcrale nella chiesa di Santa Maria Immacolata, Roma

[6] Capranica, ingrandita della via Cassia restauratale, per una pubblica corsa più rapida, [dedica] al suo benefattore Urbano XIII nell’anno della salute 1641

[7]Pur diviso in tante fiammelle non estingue il suo vivo splendore / ma si accresce nel consumarsi della cera / che l'ape madre ha prodotto / per alimentare questa preziosa lampada”, Exsultet, dalla liturgia. Nella primitiva versione del testo vi era anche un riferimento esplicito alla stessa ape “superiore a tutti gli altri esseri viventi che sono soggetti all'uomo” perché “Pur molto piccola di corpo, rivolge tuttavia nell'angusto petto alti propositi; debole di forze ma forte d'ingegno

[8] CECCARINI, Fabio, «La lunetta dell’Ospedale di San Sebastiano di Capranica. Qualche nota di lettura.», Capranica Storica, 02/05/2019 - URL: https://www.capranicastorica.it/2019/05/la-lunetta-dellospedale-di-san.html

[9] MARCOVECCHIO, Amarilli, Provincia di Viterbo. Stemmi, Roma s.d. [1985?], p. 38

[10] Su questo dibattito a distanza si veda CECCARINI, Fabio, Un repertorio bibliografico sul Castrum Capralice, in Castrum Capralice e il castello di Capranica nel Medioevo. Atti del convegno 7 settembre 2019, a cura di M. Colognola, Capranica 2021, pp. 27-44

[11] CHIRICOZZI, Pacifico, San Terenziano V. M. patrono di Capranica, Edizioni Cultura Popolare, Viterbo 1945. Il libro è stato ristampato, riveduto e ampliato, nel 1985. Vedi le pp. 15-16.

[12] E’ la posizione – rivelatasi poi errata – da sempre sostenuta da Trento Morera.

[13] LUTTRELL, Anthony, Capranica before 1337: Petrarch as topographer, in, Cultural aspects of the italian renaissance: essays in honour of Paul Oskar Kristeller, ed. C. H. Clough, Manchester - New York 1976, pp. 9-21, p. 19, nota 35.

[14] MORERA, Giuseppe, Tragececo. Racconti Capranichesi, Roma 1983, p. 45

[15] MARCOVECCHIO, Amarilli, Provincia di Viterbo. Stemmi, Roma s.d. [1985?], p. 38


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CECCARINI, Fabio, «Di api, di leoni, di capre e di creature fantastiche. Bestiari urbani capranichesi e dove trovarli. 1^ parte», Capranica Storica, 19/05/2022 - URL: https://www.capranicastorica.it/2022/05/di-api-di-leoni-di-capre-e-di-creature.html

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