martedì 31 agosto 2021

San Terenziano: da Todi a Rezzoaglio, un lungo percorso di fede

di Massimo Brizzolara

Torna una ripubblicazione di un vecchio articolo apparso su Encyclocapranica nel corso dell'anno 2008

Da almeno sei secoli, la religiosità e la socialità della Val d’Aveto, sono state fortemente caratterizzate dal culto rezzoagliese verso San Terenziano.
Infatti in un calendario religioso cadenzato dalle festività patronali, delle varie comunità parrocchiali, la festa del primo di settembre, era l’unica che aveva l’afflato della religiosità universale, senza localismi. Era la rappresentazione più autentica di un territorio, della sua gente e del loro Santo.

Non sarà sfuggito al lettore, che lo scrivente in questa introduzione, fa esplicito riferimento ad un passato più o meno remoto e potrebbe chiedersi legittimamente, il perchè.
Rispondo subito.

Non vorrei essere catalogato come "laudator temporis acti", ma basta leggere la descrizione che Giuseppe Fontana fa nel suo libro Rezzoaglio e Val d’Aveto (cap. XXVII)[1] - di una sagra rezzoagliese di fine ottocento, per rendersi conto, di come le feste patronali attuali (tutte indistintamente) siano qualcosa di completamente mutato. In meglio o in peggio lo stabilisca il lettore, in base a considerazioni, esperienze e ricordi, che non avrà difficoltà a trovare dentro di sè. 

Ma chi era San Terenziano? Dove ha vissuto? Quando e come, la sua fama giungendo sulle rive dell’Aveto, lo ha consacrato protettore di questa comunità rurale?
Per tutto quello, che questa festività patronale ha rappresentato per chi mi ha preceduto, proverò a rispondere a queste domande.
Le poche e frammentarie notizie sulla vita di San Terenziano sono racchiuse in due opere:

- la Passio Sancti Terentiani,

- il Martirologio Romano.

Pur muovendoci sul terreno franoso, della loro scarsa attendibilità (vedremo in seguito il perchè) dovremo necessariamente trovare nelle medesime, qualche elemento oggettivo che ci consenta di collocare il Santo nel suo tempo.
In realtà non ci sono prove documentali che certifichino le origini di San Terenziano. Gli agiografi, essendo il suo nome latino, suppongono una origine romana.
In soccorso di questa tesi, viene citato il fatto storico che il primo imperatore romano Augusto (63 a.c. - 14 d.c.) mandò alcune famiglie a colonizzare la Tuscia (l’attuale Umbria).
In particolare una numerosa colonia si stabilì nella zona di Todi. Tra questi coloni ci sarebbero stati gli antenati prossimi di Terenziano.
Il futuro martire, dovette ben presto rivelarsi uomo di assoluto spessore e fervida spiritualità, tanto da diventare il punto di riferimento religioso, di quella comunità.
Eletto vescovo di Todi in età avanzata, Terenziano continuò la sua opera di divulgazione della dottrina cristiana con passione e coraggio, utilizzando peraltro una terminologia che senza volerla definire moderna, potremmo comunque ritenerla inusuale per quel tempo.
E sotto la sua spinta propulsiva, la comunità cristiana cresceva nel numero e nella consapevolezza del nuovo Verbo.
Naturalmente la contrapposizione con quella pagana era inevitabile e le invidiose attenzioni di cui era fatto oggetto Terenziano, non tardarono a trasformarsi in aperta avversione.
Le cose precipitarono quando l’imperatore Adriano, dal ritorno da un viaggio in oriente, su sollecitazione del prefetto Mariano emanò un editto contro i cristiani.
A quel punto il suo acerrimo avversario Flacco, sacerdote del tempio di Giove, si sentì autorizzato a denunciare Terenziano all’imperatore stesso.
Inevitabile a questo punto, l’arresto del vecchio Vescovo, ad opera di Leziano, proconsole della Tuscia. Terenziano non si scompone e tenta persuasivamente di convertire lo stesso Leziano. Ma il proconsole risponde accusandolo di arti magiche e facendolo torturare.
Il Vescovo non cede e non rinnega la sua fede.
Le torture aumentano e seppur con il corpo orrendamente mutilato, Terenziano continua a pregare. Tanta forza interiore produrrà infine un risultato inatteso e prodigioso: la conversione di Flacco. Che viene battezzato dallo stesso Vescovo.
Ma alla fine di quel simulacro di processo a cui vengono sottoposti entrambi, saranno condannati a morte e decapitati.
È il primo di settembre. E su questo punto concordano tutti. Più incerta è la datazione.
Secondo la "Passio" il martirio sarebbe avvenuto "sub Hadriano, 85 anni dopo la morte di Cristo". Mentre secondo il Martirologio Romano, la morte del Santo sarebbe avvenuta intorno all’anno 138, "mediante crudeli tormenti, la recisione della lingua e il troncamento del capo".
Tenendo conto d’inconfutabili dati storici,come la precisa databilità dell’impero di Adriano, gli storici ritengono che il martirio possa essere avvenuto tra il 118 e il 137.
La tradizione racconta che la notte successiva al martirio, i due corpi furono pietosamente trafugati dal "prete Esusperanzio e dalla piissima Lorenza" e seppelliti a otto miglia da Todi in luogo chiamato Colonia, ma meglio conosciuto come "locus petrosus" (luogo pietroso) per via dell’abbondanza di travertino e pietra calcarea.
Da quel momento e per sempre, l’altopiano Petroso, prese il nome di San Terenziano. Il paese omonimo è attualmente una frazione del comune di Gualdo Cattaneo dal quale dista una quindicina di chilometri e conta un migliaio di abitanti.
Tra i suoi monumenti più importanti c’è sicuramente la Chiesa di S. Terenziano e Flacco (sec. XI), che ospita il sarcofago e il reliquario del Santo.

Ma ritorniamo al II secolo.
A quel tempo lo status di Santo, era riservato esclusivamente ai martiri. Non è un caso infatti che le più antiche testimonianze di culto siano riferite a loro. Lo stesso Santo Stefano d’altronde, è definito protomartire, poichè si ritiene che sia stato il primo martire nella storia della cristianità. Non solo ma è anche l’unico la cui "passio" sia stata narrata dettagliatamente in un libro canonico come "Gli Atti Degli Apostoli".
Per tutti gli altri, compreso quindi il nostro san Terenziano, la narrazione della loro eroica morte, veniva indicata con scarni ed essenziali dati nei vari Martirologi.
Ma contemporaneamente alla diffusione della venerazione popolare, si afferma nel clero l’usanza, di commemorare durante la messa, il santo di cui si celebrava il "dies natalis", cioè l’anniversario del martirio. Solitamente venivano declamate le cosiddette legendae, che erano dei brani narrativi, che seguivano il filo logico degli accadimenti desumendolo da atti, che potremmo definire ufficiali.
Purtroppo dopo poco tempo, questi racconti degenerarono nelle Passiones, che altro non erano che amplificazioni romanzate dei fatti e basate più sull’immaginario che sulla storicità. Spesso inoltre erano inframezzate dal racconto di straordinari miracoli, allo scopo di accrescere nei fedeli l’ammirazione e lo spirito di emulazione.
Così, con il viatico di questa oratoria, i santi entravano subito nella leggenda perdendo ogni umana dimensione.
Ma per non discostarmi troppo dalla meta che mi ero prefisso, ritorniamo al culto del vescovo di Todi.
Attingendo dall’Annuario delle Diocesi e del Clero d’Italia possiamo approntare una mappatura nazionale, della diffusione del suo culto.
Oltre naturalmente a Todi e San Terenziano, troviamo una ventina di località. Tra queste ben nove sono in provincia di Genova. E sette si trovano nelle province di Parma e Piacenza, ma nell’arco appenninico che le divide dalla Val d’Aveto. Sono dati oggettivi, ma nel contempo di difficile interpretazione storica.
Quando, ma soprattutto come, la carismatica fama del Santo si è radicata così significativamente nel genovesato e sulla dorsale dell’appennino ligure-emiliana?
Sono domande a cui fornire una risposta certa è impossibile. Naturalmente questo non significa, che non si possano individuare percorsi di ricerca, ancorandoli in parte a qualche elemento storiografico e in misura maggiore al ragionamento intuitivo più verosimile, ed è quello che mi appresto a fare, pur consapevole dei rischi che questa scelta comporta.
Gli elementi fondanti ed imprescindibili delle mie tre ipotesi storico-agiografiche sono: la via Frangigena, il vasto dominatus loci malaspiniano e l’antica diocesi tortonese.

Prima ipotesi: la via Francigena

Nel medioevo, il viaggio a Roma sulla tomba dell’apostolo Pietro, era uno dei tre pellegrinaggi maggiori, insieme alla Terra Santa e al Santuario di Campostela.
Questo comportava inevitabilmente un massiccio flusso di pellegrini da tutta l’Europa. Quelli provenienti dalla Francia cominciarono ad entrare in Italia attraverso il passo del Monginevro e la strada che percorrevano iniziò a chiamarsi Francigena, cioè dei francesi.
La via entrò a far parte di quel vasto sistema viario che collegava Roma con i maggiori luoghi della cristianità del tempo. Ritengo assolutamente possibile che la fama di San Terenziano, sia stata veicolata dai pellegrini che rientravano da Roma dopo essere passati per l’antica Tuscia.
E molti transitavano anche sulle antiche strade del nostro appennino. Sia perchè la val Taro si trovava sul percorso della via Francigena, sia per la contemporanea presenza della cosiddetta via degli Abati, che altro non era che un’importante deviazione dal tracciato principale, per raggiungere Bobbio.
A questo punto si potrebbe essere tentati di avallare legittimamente l’ipotesi, che attraverso i devozionali racconti dei pellegrini, che facevano tappa negli hospitalis medievali presenti sui nostri monti, il buon seme della Passio Sancti Terentiani, abbia trovato terreno fertile nella nostra comunità rezzoagliese.
Non solo, ma questa ipotesi si rafforza ulteriormente se proviamo a sovrapporre la mappatura geografica del culto con i tracciati più importanti della via Francigena.
Quest’ultima infatti (immaginando di percorrerla a ritroso, da Roma verso il nord Europa) giunta in Lunigiana di divideva in tre rami principali: uno verso il Gran San Bernardo, un’altro verso il Monginevro e il terzo verso la Liguria, seguendo l’antico tracciato della via Aurelia.
Ebbene, nel tratto di quest’ultimo percorso, tra Lavagna e Genova, San Terenziano viene festeggiato nelle seguenti località: Lavagna, Leivi, Recco, Sori. Nel genovesato a Fumeri, Pino e Premanico.

Seconda ipotesi: i Malaspina

Come abbiamo avuto modo di rimarcare nella precedente congettura, la Lunigiana era nel medioevo, un importante nodo viario. E non ritengo affatto trascurabile nell’ambito della nostra ricerca agiografica, rimarcare che nella frazione pontremolese di Mignegno, vi sia un oratorio cinquecentesco dedicato al Santo, dove tuttora viene solennemente festeggiato.
Non solo, ma nella torre campanaria della chiesa di San Giovanni Battista a Chioso di Rossano, un’antica campana è fregiata da un bassorilievo raffigurante San Terenziano Vescovo. È dunque ben documentato il culto verso il patrono di Rezzoaglio. Che potrebbe essere giunto in questa zona, attraverso il medesimo flusso di pellegrini, di ritorno da Roma, elemento centrale della precedente ipotesi Francigena.
Ma non possiamo non evidenziare un’altro importante punto di contatto tra la Lunigiana e la Val d’Aveto. Entrambe infatti fecero parte di quel vasto dominatus loci, riconducibile alla feudalità marchionale malaspiniana.
Ma che collegamento possono avere la sagra patronale rezzoagliese e la feudalità in Val d’Aveto?
A rendere suggestiva, questa coincidenza ci pensa Monsignor Bobbi nella sua "Storia Ecclesiastica Diocesana" (citato da G. Fontana) quando afferma con sufficiente sicurezza, che nel XIII secolo, i Malaspina edificarono a Casanova in val Trebbia, una cappella dedicata per l’appunto, a San Terenziano.
E che una delle dinastie feudali più inquiete e militarmente attive, possa aver contribuito a radicare il culto religioso nei loro possedimenti, anche se apparentemente contraddittorio, troverebbe una conferma nel fatto che lo stesso Santo viene venerato anche in altre località assoggettate al loro dominio.
Come Borgotaro, Ferriere e Isola di Compiano. In quest’ultimo paese in particolare, nei primi due giorni di settembre, si tiene tuttora, la fiera millenaria di san Terenziano.

Terza ipotesi: l’antica diocesi tortonese

Una delle piazze più belle di Tortona è intitolata a Obizzo Malaspina. E per comprendere il legame della città piemontese con il sanguigno rappresentante dell’illustre casato, dobbiamo calarci nei non sempre idilliaci rapporti, tra il medesimo e Federico Barbarossa. È nel 1154 che probabilmente Obizzo conquista l’imperitura riconoscenza dei tortonesi, difendendo con veemenza la città, assediata dal Barbarossa.
Stremata dalla fame, ma soprattutto dalla sete, Tortona sarà costretta alla resa. Ma il Malaspina nella sfortunata circostanza, esaltò le sue naturali doti combattive e suscitò un sentimento d’ammirazione generale. Ma oltre a questo richiamo di storia medievale, la città piemontese rientra nella tematica di questo modesto lavoro, per il suo antico culto verso San Terenziano. Che si tratti dello stesso Martire Vescovo di Todi non è certo e la questione è fonte di dotte discussioni.
Io che dotto non sono, mi limito ad osservare che autorevoli fonti agiografiche ritengono che si tratti dello stesso Santo. Non solo, ma la circostanza che venga festeggiato il primo di settembre, non mi sembra irrilevante. Ma pur ammettendo che possa trattarsi di un caso di omonimia, è possibile che il culto si sia comunque radicato e propagato, seppur viziato da un iniziale equivoco.
E siccome risulta documentalmente che nel XVI secolo la chiesa di Rezzoaglio dipendeva dalla diocesi tortonese, si potrebbe ipotizzare che la fama del santo sia giunta sulle rive dell’Aveto attraverso l’attività pastorale diocesana. Non solo, ma nell’Archivio Storico di Milano è conservata una controversia del 1187, tra la chiesa di San Guglielmo di Tortona e il monastero di San Pietro in Ciel D’Oro di Pavia circa il possesso della chiesa avetana dell’Alpelonga con il suo ospitale. Questo certifica che i tentativi di dominatus del clero tortonese nel nostro appennino, si possono far risalire addirittura al XII secolo.
E comunque le tracce dell’influenza che la chiesa tortonese ha esercitato sulla comunità religiosa della nostra valle, sono riscontrabili osservando le titolazioni attuali delle parrocchie della diocesi piemontese. Ben dodici sono dedicate a San Michele Arcangelo e a San Lorenzo. Quattro a San Rocco e San Bernardo. Cinque a San Bartolomeo. Nulla ci vieta dunque di attribuire, al culto rezzoagliese verso San Terenziano, lo stesso percorso.

All’inizio di questa lunga trattazione sul patrono di Rezzoaglio, mi ero riproposto di collocare cronologicamente l’inizio del culto medesimo.
Devo ammettere che rispondere con certezza a questa domanda mi è impossibile. Posso solo affermare che ognuna delle tre ipotesi avanzate reca dentro di sè un segmento temporale, nel quale verosimilmente avrebbe potuto realizzarsi. Quella che fa capo alla via Francigena potrebbe far risalire il culto intorno ai secoli X - XI.
Mentre quella legata alla dominazione malaspiniana intorno ai secoli XIV - XV. Infine l’ipotesi tortonese, potrebbe collocarsi agli inizi del XVI secolo.
Naturalmente non credo di dover faticare molto per convincervi della fragilità di questi dati, che rimangono pur sempre indicativi ed aleatori.

A conclusione di questa monografia su San Terenziano, debbo confessarvi che nell’apprestarmi a redigerla, ritenevo che il pericolo maggiore fosse quello che derivava dalla penuria di elementi storiografici.
D’altronde, mi ripetevo una ricerca è fatta di dati come una casa è fatta di pietre. Ma un ammasso di dati non è una ricerca, più di quanto un mucchio di pietre non sia una casa. E allora forse, possono bastare queste poche e frammentarie notizie per raccontare questo straordinario percorso di fede. Che di generazione in generazione si è imposto come un asse, intorno al quale danzano i secoli.

Link

www.valdaveto.net
http://www.valdaveto.net/documento_726.html

NOTE

[1] G. Fontana, "Rezzoaglio e Val d’Aveto - Cenni storici ed episodi", Rapallo 1940, Scuola Tipografica Emiliani


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BRIZZOLARA, Massimo, «San Terenziano: da Todi a Rezzoaglio, un lungo percorso di fede», Capranica Storica, 01/09/2018 - URL: https://www.capranicastorica.it/2018/09/san-terenziano-da-todi-rezzoaglio-un.html

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